lunedì, 14 aprile 2008

A colei che mi chiede se sto per iniziare la stesura della nuova edizione de "Le mie prigioni" rispondo che non ho nessuna intenzione di ripercorrere le orme di Silvio Pellico.

Molto meglio respirare l'aria da uomo libero con la coscienza pulita e la consapevolezza di agire per il proprio bene e per quello degli altri.

Purtroppo però non si è solo prigionieri di una cella o di una stanza angusta. Però se si condivide questa spazio con delle persone allegre, intelligenti e simpatiche, come nel mio caso, questo tipo di prigionia non pesa affatto e non ci si sente nemmeno in cattività.

Ho pensato quindi ad altre forme di prigionia che possono considerarsi altrettanto gravi quanto il confinamento coatto all'interno di quattro mura.

C'è la prigionia generata dalla malattia e il senso di confinamento e di limitatezza che questa condizione fisica crea sullo stato d'animo e che può essere temporanea o permanente.

C'è anche un'altra forma di prigionia che è altrettanto grave ed è quella di se stessi. Essere prigionieri delle proprie indecisioni e delle proprie insicurezze che non permettono di realizzarsi completamente come persona.

Se dovessi scrivere un libro ed intitolarlo proprio "Le mie prigioni" non credo che parlerei assolutamente di carceri con mura e guardie, ma scriverei di quest'ultima forma di prigionia, contro cui mi confronto ogni giorno per capirla, combatterla e cercare una via di fuga.

postato da: QuattroMori alle ore 17:58 | Permalink | commenti (4)
categoria:personale, riflessione, prigionia, confinamento