venerdì, 27 febbraio 2009
Da bravo "Quattro Mori", ovvero originario di quella magnifica terra che è la Sardegna, non potevo non segnalare questa mostra fotografica che si terrà a Milano presso la Società Umanitaria.

Verranno esposte quarantacinque fotografie del maestro Franco Fontana e di due giovani fotografi, Paolo Bianchi e Sveva Taverna.

Franco Fontana mostra il paesaggio sardo con i suoi colori e la sua forza primitiva. Paolo Bianchi le donne e le maschere, simbolo di una terra arcaica in perenne conflitto con la modernità, mentre Sveva Taverna si concentra su volti e persone, i loro legami e i loro rituali.

La mostra si terrà presso la Società Umanitaria, in via San Barnaba 48 a Milano il 28 febbraio e il 1 marzo. L'orario è dalle 10 alle 18 e l'ingresso è libero.

Una piccola anteprima la si può avere qua.
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categoria:natura, cultura, mondo, fotografia, sardegna, mostre, iniziative
lunedì, 16 febbraio 2009

Altro che gialli con cadaveri rinvenuti all'interno di sarcofaghi in cantine polverose e sui quali indagano fior di investigatori con lente di ingrandimento, mantellina e cappello.

Ecco un delitto che si consuma alla luce del sole, tutti i giorni. Un delitto di cui conosciamo il colpevole. O i colpevoli. Ma per il quale non verrà mai emessa una sentenza di condanna.

La vittima non è un essere umano e nemmeno animale. E' però qualcosa di vivo perché è la lingua che utilizziamo tutti i giorni per comunicare.

Chi non si ricorda le orrende espressioni di qualche anno fa come per esempio "un attimino" per dire "un po'". "E' un attimino lento" che è già una contraddizione in termini visto che attimo è un sostantivo che indica uno spazio di tempo, di solito breve, mentre lento è qualcosa che ha a che fare con la velocità. O chi non inorridisce a sentire espressioni come "ti chiamo sul cellulare" immaginando una persona che sbraita chiamando l'amico mentre il povero cellulare viene schiacciato sotto il suo peso.

L'ultimo colpo che è stato inferto alla povera lingua di Dante e di Manzoni è di questi giorni. La pubblicità di una compagnia di servizi telefonici che invita i propri utenti a "ringare" un certo numero per ottenere informazioni su ristoranti, alberghi, ecc. ecc. Mi viene un travaso di bile ogni volta che la sento alla radio, a tradimento. E quando sono in macchina rischio ogni volta di uscire di strada.

Mi sembra un tale affronto, al pensiero di quando si andava a scuola e si scrivevano i temi in italiano cercando di prestare la massima attenzione alle parole e alla forma. Altrimenti i fogli corretti diventavano campi di battaglia e i voti calavano.

Ultimamente sembra che sia una moda inventare nuovi neologismi oppure usare termini anglosassoni quando la stessa espressione italiana renderebbe benissimo ciò che si sta dicendo. O, peggio ancora, nello scritto, utilizzare il cosiddetto "essemmese" con delle trasgressive "k" al posto del "ch" o della "c" dura. "Kiedere" al posto di "chiedere" o "kosa" al posto di "cosa". Il capufficio fra un po' diventerà un "kapò".

La chiamano l'evoluzione della lingua.

Di sicuro c'è una bella differenza fra l'italiano che parlavano Dante e Boccaccio e quello che usava Manzoni che, dopo aver scritto la prima versione dei "Promessi sposi" andò a risciacquare la lingua in Arno. Ed è giusto che la lingua si evolva, diventi più spedita, al passo con i tempi e che faccia tesoro di quello che arriva anche dalle altre culture con cui viene in contatto. Ma senza perdere la propria identità.

Certe espressioni come "ringare" al posto di "telefonare" sono un'offesa verso coloro che nei secoli hanno contribuito allo sviluppo e all'evoluzione della nostra lingua e sono un'offesa verso di noi che ascoltiamo e che in passato ci siamo applicati per imparare a utilizzarla in modo corretto. Sono un grave danno nei confronti di chi si sta formando una cultura, come bambini e ragazzi che vanno a scuola, ma anche degli stranieri che la stanno imparando.

E in tal senso la contaminano imbarbarendola gravemente.

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categoria:cultura, lingua italiana, televisione, radio, riflessione
mercoledì, 21 gennaio 2009
C'ero andato la prima volta nell'autunno del 2007 per assistere alla presentazione del libro di Patrick Fogli "Fragile" che veniva presentato da Marcello Fois che, oltre ad essere una delle migliori penne in Italia per quanto riguarda gialli e noir, è anche una mia vecchia conoscenza.

Tutte le volte che ci sono andato, dopo, ho sempre trovato la stessa atmosfera di aggregazione e di convivialità che nasce dal fatto di riunire in modo informale gente accomunata dalla passione per la lettura insieme agli scrittori che lì si riuniscono per essere a contatto con il pubblico e capire quali sono i suoi desideri.

Ora questa libreria, che è a Milano vicino all'Arco della Pace, chiude e vende i libri al 30% di sconto. Chiude con buona pace della Cultura che muore ogni giorno di più. Chiude come probabilmente chiuderanno tante altre librerie a vantaggio della cultura globalizzata e di grandi e purtroppo asettiche librerie dove l'unica interazione che si ha con un impiegato è quella di farsi aiutare a cercare un libro, attendere pazientemente che questi digiti il titolo su un computer e, dopo essere scomparso per qualche minuto dietro uno scaffale, ritorni con il libro che si cercava.

E questo purtroppo accade spesso con la complicità o il tacito assenso di amministrazioni comunali sempre più strette da debiti e costrette a fare cassa sacrificando quste piccole realtà a favore di attività che garantiscano affitti più redditizi, sena considerare i sacrifici di chi, per passione, spesso vende la propria casa per poter intraprendere l'attività che sognava da tempo.

Per chi fosse interssato e si trovasse a Milano, la Libreria del Giallo si trova in via Peschiera 1, poco lontano dall'Arco della Pace.
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categoria:cultura, libreria del giallo